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Il filo è intensità e armonia. Il filo è memoria e nulla si può costruire senza l'uso della memoria o in campo animico sentimentale, senza il ricordo che matura nel cuore. Non è vero che il ricordo trasferisce all'indietro.
È di sprone a continuare perché se non c'è vita, non può esserci ricordo e l'uomo è da sempre portato a raccogliere per dare un senso alla sua vita.
Esiste la raccolta di cose materiali e la raccolta preziosa, costituita di momenti e insegnamenti che sono diventati eternità. Il ricordo ci trasferisce nel presente e nel futuro. La persona amata è sempre con noi e la portiamo nel cuore. Anche da viva la ricordiamo, perché altrimenti non la riconosceremmo e sarebbe ogni notte dormire al fianco di un estraneo.
I figli sono il ricordo fattosi presente che con le gambe costruisce il futuro. Se c'è una storia, c'è un figlio. Se c'è un figlio non sempre c'è una storia. Spesso quel figlio è frutto della violenza o di un attimo di insensatezza, di sbandamento. La vita non segue il suo corso e crea una sacca di sofferenza, una stonatura che s'intromette nel flusso regolare del ricordo che è il nostro respiro ascoltato. Il filo ha una memoria. Internamente nelle cellule è il nostro DNA. Tanto fili si perdono e sono vite bruciate, abbandonate con la morte. "Fare il filo" significa corteggiare al fine di creare una vita di coppia. È il progetto di una costruzione che lascerà comunque un seguito o un ricordo lungo la strada, da cui procedere per altra via.
Il ricordo è il respiro che ci accompagna. La presenza di Dio, spesso un sottofondo sordo da noi trascurato. "To feel" in inglese è ascoltare col sentimento che ci riporta a noi stessi. È il filo che unisce l'oggetto che ispira emozioni alla nostra vita interiore. La vita fisica ha il suo filo fatto di meccanismi biologici, la nostra anima ha un altro filo che gira, si ravvolge dando luogo a un intreccio, un ricamo bellissimo. Non è detto che a gestire questo filo sia necessariamente un ago o un uncinetto. Potrebbe bensì essere una penna o un pennello, o ancora una spatola o uno scalpello. Spesso le mani soltanto che imprimono qualcosa. Un senso, la via giusta. È il caso della mamma che fino a qualche decennio fa diffusamente ogni mattina si soffermava a intrecciare i capelli della figlioletta. La treccia anticamente era lo pettinatura di vigilanza e di buon augurio. La figura materna, spesso sostituita dalla nonna o dalla sorella maggiore, dalla pettinatrice nel caso delle famiglie benestanti, tracciava la memoria del giusto cammino sulla testa della bambina, affinché ella non si smarrisse. La treccia è una scala i cui pioli uniscono e si concludono in un unico piumino. È la conclusione che coincide con il termine della vita in leggerezza, come un soffione trasportato dal vento o come le ciglia che si schiudono al mattino a un sole nuovo, forse ancora più buono.
La treccia conferiva stabilità partendo da una semplice operazione compiuta al sorgere del giorno e al suo tramonto, preparando qui al viaggio nel sonno.
Perché anche la sera? Serviva a portare e a raccogliere dentro di sé la memoria del giorno, affinché il sole nutrisse i sogni belli. L'esperienza buona o cattiva aveva comunque un sole che illuminava i passi del sogno. Sole e luna si abbracciano nel giorno come la notte. Di giorno conduce il passo l'una, di notte l'altro. Il giorno è il contrario della notte e occorre portarsi dentro di sé il sapore caldo del miele di luna e di stelle per creare qualcosa di buono e bello. Al contrario la notte.
La treccia significa educare a vivere con la promessa di cose belle e che c'è un due che si rende uno prima della nascita e dopo la morte. È il tracciato degli insegnamenti. All'inizio tutto è confuso e occorre creare la riga per distinguere ciò che è bianco dal nero, perché altrimenti non può iniziare alcun cammino. L'uno siamo noi e il due è l'anima gemella che si ritrova cammino facendo e che in noi ridiventa uno. Sposarsi è questo. È riconoscere il bianco che porta alla luce.
In molte culture antiche e tribali la treccia era anche dell'uomo, treccia e treccine come per la donna. I caparbi eroi avevano la treccia tra i capelli o nel cuore, e conclusa la battaglia ritornavano a casa. La treccia e le trecce formano il sentiero tutto tracciato da chi ci ha preceduti. È dell'adulto come della bambina delle fiabe che si smarrisce tra le varie tentazioni semplici, distrazioni proprie della Natura, e che poi fa ritorno in a casa. È la promessa d'amore di chi va lontano e intreccerà la nuova vita con quella di chi dorme ancora nel letto di casa.
[19:01, 9/3/2023] Sicoli Ippolita: Di Anton Ebert
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Author: Ippolita Sicoli
Responsabile del Supplemento di Cultura "La finestra sullo Spirito" del quotidiano online "ilCentroTirreno.it"
Docente della Federiciana Università Popolare, Specializzata in Discipline Esoteriche, Antropologia, Eziologia e Mitologia, ha partecipato in qualità di relatrice a convegni e conferenze.
Ha pubblicato le seguenti opere: “Il canto di Yvion - Viaggio oltre il silenzio” prima edizione Wip Edizioni 2003, seconda edizione Ma.Per. Editrice 2014. Il romanzo “Storia di Ilaria e della sua stella” Edizioni Akroamatikos 2008. La raccolta di racconti per ragazzi “Storie di pecore e maghi” Ed. Albatros 2010. Il romanzo “Il solco nella pietra” Editore Mannarino 2012. Il saggio antropologico “Nel ventre della luce” Carratelli Editore 2014.