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Ognuno è il coltello di sé stesso. Smussare, levigare può diventare anche uccidere se si va troppo a fondo nella carne dell'anima. Diventare la scultura di sé stessi è una prerogativa iniziatica che assume proporzioni inimmaginabili nel difficile incontro con sé stessi.
Incontrarsi è non essere ciechi a sé stessi. È andarsi incontro quando non c'è nessuno a tendere cuore e braccia. L'Esistenzialismo nasce dal riscontro di una solitudine inarrivabile che attinge dalla noncuranza del mondo e si risolve nell'incomprensione senza arrivo. E allora linguaggi, attenzioni e premure servono ben poco e l'alienazione giunge stanca a urlare al Cielo.
Esistono due vocaboli che fanno da sfondo alla musica anni Ottanta, e sono Controllo e Stanza. Il controllo cosa potrebbe essere in un'epoca in cui si va a velocità sospinta verso il baratro dell'orizzonte cibernetico? Il controllo segue a una formulazione netta quanto drammatica. È richiesta di aiuto in un mondo sempre più solo e asociale e con quest'ultima definizione intendo che non si culla di niente e nessuno perché non vi è nichilismo più barbaro di quello che guarda ai propri interessi. La cavalcata borghese, l'arrampicata verso stili di vita in conflitto tra di loro gettano ombre sul senso del nuovo e sulla maturità di conquista di sé stessi.
Il controllo serve a non cadere in trappola. Come facoltà di discernimento in una realtà che fa male e che per tutelarsi graffia ferendo i più deboli. Da qui la necessità di rinchiudersi in un proprio spazio a cui corrisponde un tempo che per quanto contraddittorio con l'esasperazione di sentirsi altrove e forse anche altro, descrive e fornisce i pennelli giusti con cui tratteggiare le proprie fobie e i propri disagi emotivi. Essere il coltello di sé stessi significa dunque escludere ed autoescludersi a scopo infantilmente punitivo, ma tutto come deterrente. La stanza in cui ci si rinchiude invoca una rinascita. Reclama quel cambio di rotta che non può giungere se non da sé stessi. Si fa rumore nel buio nella stanza, specie se vuota, come quella a cui fa riferimento Robert Smith dei The Cure in Other Voices. Si è nel pieno degli anni Ottanta e il tema dell'oscurità diviene la soglia oltre cui guardare per ritrovare sé stessi allo specchio. Un'impresa difficile se non impossibile che ha del kafkiano in sé stesso e Kafka era uno dei punti di riferimento dei giovani intellettuali di quegli anni. Non mancano gli esempi di dispersione e di dissoluzione per una forma di contagio emotivo che uccide e fa deragliare come treni allo sbando sui binari, diverse vite. E poi c'è chi non si ritrova per davvero allo specchio e non per adeguamento a mode o perché fragile e caduto nella rete dei contagi. C'è chi come Ian Curtis cofondatore dei Joy Division dall'oggi al domani in piena gioventù, appena ventenne, non si riconoscerà più allo specchio perché affetto da epilessia. Allora dai a mandare giù farmaci tra antiepilettici, ansiolitici, antidepressivi fino a toccare il fondo con l'alcool e le droghe. O forse il fondo lo aveva già toccato prima, prima ancora che l'alienazione dal suo corpo subentrasse all'estraneità a sé stesso. Sentirsi in un corpo diverso è altro dal dire non avere più il controllo.
L'anima di Ian respira nella musica. In una realtà che opprime, la musica diviene ossigeno e il cielo che lui tocca quando compie e canta simmetricamente all'abisso della sua patologia.
Trovare una via di mezzo è difficile se non impossibile. La vita si fa delirante spogliandolo delle sue certezze, fino a ridurlo all'osso e a guardare dentro la disperazione la paura di sé stesso. È a questo punto che spuntano le ali, sbattendole per sentirsi vivo, più che per protesta. Quando si è soli contro il muro spietato della realtà, la Natura è rifugio e ascolto nel disinteresse del mondo. Day of the Lords autentico capolavoro di Ian Curtis e dei Joy Division, pone al centro il ruolo di afferrare al volo la ormai in via di dissolvimento verità ancestrale da contrapporre al crimine di una realtà sociale sempre più controllata dalla tecnologia e sempre più barbara nei confronti degli uomini stessi. Star male per Ian significa acuire la sensibilità verso il mondo che lo circonda. Rendersi conto che qualcosa non quadra nell'eccesso di controllo da parte di chi ha i soldi e può permettersi di tutto e di manovrare natura e genere umano. Capisce anche che per lui essere diverso significa avere una patologia che non si va a cercare e che però gli permette di comprendere in modo inossidabile dove l'umanità sta andando a sbattere.
I Lords sono gli dei archetipici. I sepolti da una religione quella cristiana che ha preso il sopravvento e non sa curarsi dei più deboli. Contrariamente a quanto avviene per gli altri cantanti e gruppi di quegli anni, polemici verso l'affermazione dei video di rimpiazzo alla cultura della buona musica, Ian compie un'operazione completamente innovatrice. Là dove si ferma la potenza della musica, lui ricorre come fa con i farmaci e droghe, all'integrazione dell'immagine e dei suoi film. Day of the Lords afferma la sua prorompente potenza. Un urlo nella cinetica e frastornante realtà anglosassone. Spacca il divampante perbenismo e piega l'uomo alla forza della natura fino a quando il personaggio albero totemico riproduzione di sé stesso e angelo della realtà pagana con ali di di foglie, non si ritrova sconfitto e servo. Ma qui non c'entra l'irretimento pornografico (per usare un aggettivo caro a Robert Smith) a cui l'uomo è indotto dal progresso. Qui la responsabile è l'epilessia che va ad operare e a interagire con i già accennati problemi di un'emarginazione intimistica. L'epilogo è segnato e avrà i timbri e le tonalità di una notte senza stelle e lambita da un'esile luna. Il destino dell"uomo Ian è segnato come segnato sarà il suo destino nel Pantheon dei grandi mostri della musica post punk e del Novecento.
Morirà di suicidio, impiccato dentro casa sua a ventitré anni. La divisione del suo essere a cui fa riferimento già il nome della band, è un ossimoro con i frangenti di gioia contro cui andrà a schiantarsi la sua giovane vita. L'escalation della malattia, una relazione sentimentale vera turbata dalle sue allucinazioni che gli regalerà una figlia troveranno sfogo e forse anche fuga nei giri di basso e chitarra delle canzoni e nei strazianti acuti della voce. In una voragine buona da cui poi risale in volo la martellante e liberatoria chitarra elettrica di The day of the Lords farà capolino nella band The fields of the Nephilim, una manciata di anni dopo, lasciando risuonare nei giri di corde basso e chitarra elettrica di Down Razor il viaggio di discesa negli abissi. Come in una sorta di rituale tribale sciamanico, topos di esaustivo compimento anche per un'altra band contemporanea a quella dei Joy Division, i Virgin Prunes. E come in un qualsivoglia rituale sacrificale compare la vittima immolata. Nel caso dei Joy Division sarà proprio il frontman Ian Curtis.
Ognuno per i temerari dalla grinta rock e dall'anima di burro diventa capolavoro di sé stesso, fino a lasciarci la pelle.
Sulle ceneri dalla band sorgeranno poco dopo i New Order dal taglio un po' commerciale, poi altri gruppi con gli emergenti generi anni Novanta. Tra questi il Grunge degli Alice in Chains e dei Mad Season. Con questi il copione della sorte del frontman sembra ripetersi, tratteggiando una angosciante forma di maledizione che attraverso la musica ci traslocherà oltre i confini del Duemila.
Ian Curtis
VIDEO: Joy Division - Day Of The Lords (Official Reimagined Video)
Author: Ippolita Sicoli
Responsabile del Supplemento di Cultura "La finestra sullo Spirito" del quotidiano online "ilCentroTirreno.it"
Docente della Federiciana Università Popolare, Specializzata in Discipline Esoteriche, Antropologia, Eziologia e Mitologia, ha partecipato in qualità di relatrice a convegni e conferenze.
Ha pubblicato le seguenti opere: “Il canto di Yvion - Viaggio oltre il silenzio” prima edizione Wip Edizioni 2003, seconda edizione Ma.Per. Editrice 2014. Il romanzo “Storia di Ilaria e della sua stella” Edizioni Akroamatikos 2008. La raccolta di racconti per ragazzi “Storie di pecore e maghi” Ed. Albatros 2010. Il romanzo “Il solco nella pietra” Editore Mannarino 2012. Il saggio antropologico “Nel ventre della luce” Carratelli Editore 2014.