La conocchia e la pettinatrice nel mondo antico
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La conocchia e la pettinatrice nel mondo antico

Amore e Psiche
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La conocchia e la pettinatrice nel mondo antico
La conocchia e la pettinatrice nel mondo antico

 

Quelli della mia generazione sono al limite tra il mondo vecchio e quello nuovo in via di sperimentazione e di una sperimentazione che avverto infinita.

Quelli della mia generazione, varcata la soglia dei quarant'anni, vivono in una prospettiva di apertura su un vasto campo in cui riaffiorano radure di un mondo antico, forse vagheggiato soltanto. Le esperienze passate si sfoltiscono nella memoria e le superstiti sono ricordi induriti come zolle al sole.

Si vive anche per raccogliere e tramandare ai propri posteri e per chi non li avesse, il tramandamento avviene con un volteggiare di riecheggiamenti che arriveranno alle orecchie, un domani, confusi e disseminati di buchi e di aliti di menzogna. La verità spezza il giro di tante storie finte, alcune leggere e belle che lasciano rifiorire la notte dei tempi, altre melmose e aspre che purtroppo attecchiscono facilmente nel suolo che trovano.

La verità spezza il giro e la verità quando si rivela sconvolge. È questo un tema a cui fa riferimento la letteratura romantica ma non solo, recuperando l'immagine della conocchia. Questo curioso arnese utilizzato nella filatura, ha anticamente ispirato le pettinature dalle più semplici alle più elaborate. Il tuppo nelle sue varianti che tengono conto della lunghezza dei capelli impegnava nelle donne antiche una buona parte della mattinata. Le operaie e le contadine spesso si pettinavano la sera e si svegliavano con i capelli ancora ordinati e pronti per la giornata lavorativa. Il fazzoletto in testa o scialle preservava dalla polvere e nascondeva eventuali imperfezioni. Altra storia per le donne di alto ceto che curavano i loro capelli con la massima attenzione, ricorrendo alla figura della pettinatrice, una cameriera il cui compito era esclusivamente quello di sistemare i capelli della signora di casa.

La pettinatrice è una tra le figure più antiche comparse a seguito della suddivisione per classi. Ne abbiamo notizia già dal primo Neolitico con la comparsa della filatura e tessitura. Gli alti tuppi che già compaiono nelle regine egizie e faraonesse della prima dinastia traggono ispirazione dalla lavorazione dei filati e prendono spunto dalla conocchia.

Gli antichi pettini erano alquanto imperfetti, nonostante fossero di argento o di avorio o di pietra dura preziosa. Chiaramente mi riferisco a quelli utilizzati dalle fasce sociali più alte. Per pulirli si ricorreva all'immersione in acqua profumata calda o bollente allo scopo di eliminare i parassiti e la sporcizia più consistente. A conclusione, per rifinire l'opera ed eliminare ogni residuo di sporco, si provvedeva a far passare tra i denti le lunghe foglie di mais o di canna che sono molto resistenti. Era questo un rito vero e proprio svolto dalla pettinatrice che era la figura più vicina alla padrona di casa della quale conosceva i segreti. La pettinatrice non era una cameriera qualsiasi perché doveva maneggiare con cura i capelli. Si nasceva pettinatrici e con una marcata predisposizione ad osservare tutto e a intervenire verbalmente solo all'occorrenza. Era una mansione che si ereditava e nel Medio Oriente era anche ben remunerata.

Era l'ancella prediletta che avversava i riti magici di negromanzia, per cui era dotata di una particolare sensibilità. Toccare i capelli significa esercitate il proprio potere sull'altro ed era questo un punto su cui gli antichi delle civiltà trascorse, dalle Mesopotamiche a quelle più recenti, non transigevano. Per questo faraoni egizi e re sumeri usavano copricapi particolari alti e di materiale prezioso a indicare che al di sopra di loro non c'era alcun mortale.

Le acconciature e le pettinature femminili si sono succedute nel tempo, variando spesso di poco. Alle acconciature a tuppo dei grandi imperi medio orientali, che avevano lo scopo di conferire autorevolezza e di far guadagnare qualche centimetro in altezza alle donne di allora, sono andate via via imponendosi quelle meno voluminose e sistemate dietro la nuca, che servivano a compensare i nasi importanti delle donne greche e mediterranee, nonché romane.

Il tuppo alto serviva a evidenziare nelle primitive società teocratiche il disco solare che pone in comunicazione il capo con il raggio perpendicolare del sole allo zenit. A evidenziarlo e a nasconderlo nello stesso tempo, allo scopo di proteggerlo in quanto ritenuto sacro e anche perché corrispondente al punto più delicato della testa. A tale scopo il tuppo alto era un'acconciatura in uso anche tra gli uomini più autorevoli degli imperi antichi mesopotamici e mediorientali.

La relazione tra capelli e tessitura è evidenziata proprio dal tuppo a conocchia che riprendeva la conformazione della pannocchia del mais, un cereale presente nella cultura di tutti i popoli più autorevoli e antichi. Il mais presso i popoli precolombiani era ritenuto sacro. Da noi era considerato il cereale di coloni e contadini poveri. Raccogliere il grano richiedeva più manodopera che raccogliere il mais dalle pannocchie grandi e dai chicchi più grossi. Proprio per quest'ultima caratteristica il mais in Calabria era chiamato "grandiano" ossia "grano grande" e veniva consumato in svariati modi. Arrostito sulla brace o macinato, cotto a focaccia o frittata.

Ippolita Sicoli
Author: Ippolita Sicoli
Responsabile del Supplemento di Cultura "La finestra sullo Spirito" del quotidiano online "ilCentroTirreno.it"
Docente della Federiciana Università Popolare, Specializzata in Discipline Esoteriche, Antropologia, Eziologia e Mitologia, ha partecipato in qualità di relatrice a convegni e conferenze. Ha pubblicato le seguenti opere: “Il canto di Yvion - Viaggio oltre il silenzio” prima edizione Wip Edizioni 2003, seconda edizione Ma.Per. Editrice 2014. Il romanzo “Storia di Ilaria e della sua stella” Edizioni Akroamatikos 2008. La raccolta di racconti per ragazzi “Storie di pecore e maghi” Ed. Albatros 2010. Il romanzo “Il solco nella pietra” Editore Mannarino 2012. Il saggio antropologico “Nel ventre della luce” Carratelli Editore 2014.

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